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Tornare in Cina durante il Coronavirus. Diario tragicomico di un’italiana residente a Shanghai

by Flavia Sanges
Si torna a volare

Premessa

Io e Francesco viviamo a Shanghai. Siamo iscritti all’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani residenti all’Estero), abbiamo un residence permit che ci consente di entrare ed uscire dalla Cina senza restrizioni, almeno in condizioni normali.

Le prime notizie del Covid-19 ci hanno raggiunto mentre eravamo in viaggio nelle Filippine per il Capodanno Cinese e la nostra unica preoccupazione era un vulcano vicino Manila che si era svegliato pochi giorni prima della partenza. 

Durante il viaggio, di giorno in giorno le notizie sono diventate sempre più inquietanti, aumentavano i messaggi preoccupati di parenti e amici dall’Italia e con le amiche di Shanghai dalle varie spiagge asiatiche in cui erano in vacanza. Chi era in Cina ai tempi della SARS invitava alla calma, altri invece volevano tornare in Italia prima possibile. 
Io e Francesco inizialmente non ci preoccupiamo. Quando l’azienda comunica un prolungamento delle vacanze per il Capodanno lunare  decidiamo di prolungare il nostro soggiorno nelle Filippine: da El Nido raggiungiamo Cebu City e poi Moalboal e continuiamo il nostro viaggio in attesa di capire cosa fosse meglio fare. 

Poi la situazione precipita: il primo caso di Covid fuori dalla Cina proprio nelle Filippine, l’annullamento del volo di rientro per Shanghai, poi l’annuncio della chiusura delle frontiere di alcuni stati del sud-est asiatico. PANICO.
La possibilità concreta di restare bloccati nelle Filippine ci fa capire che le vacanze sono finite e occorre prendere una decisione. Decidiamo di rientrare in Italia, via Singapore. 

Bloccata in Italia

Arriviamo in una Milano gelida, dopo più di 14 giorni fuori dalla Cina, con il nostro più colorato abbigliamento estivo: in valigia solo costumi, pareo e poco altro.

L’accoglienza non è delle più festose. Gli amici continuano a contattarci premurosi e solleciti: il tono però cambia quando chiariamo che siamo in Italia. E quando di lì a poco inizia la caccia al paziente zero nel lodigiano, ci rendiamo conto che per tante persone il paziente zero potrei essere io o Francesco!

Mentre molte aziende richiamano i propri dipendenti dalla Cina, quella di Francesco lo invita a rientrare a Shanghai: il 24 febbraio lui torna in Cina ed io lo avrei dovuto raggiungere pochi giorni dopo. Semplice, no? Quante volte è successo che sono rientrata anche settimane dopo di lui? Tante. E invece mi sono ritrovata con volo annullato e residence permit in scadenza. Avrei rivisto Francesco solo 6 mesi dopo, ma allora ero ancora fiduciosa.

In 48 ore riesco a fare tutti i documenti in Comune e Prefettura e ad avere un appuntamento al centro visti di Roma. Ottimo. Siamo al 6 marzo ed ho un volo programmato per pochi giorni dopo ma… l’Ambasciata non mi rilascia il visto, nonostante sia residente e non un semplice turista e mi invita a riprovare un paio di settimane dopo.
Il resto è storia: il 9 marzo iniziano i 69 giorni del lockdown italiano. PANICO.

Il 28 marzo il centro visti chiude a data da destinarsi e annulla di fatto la validità di tutti i visti per la Cina

Napoli. Veduta dal mio balcone. Poteva andare peggio

Napoli dal mio balcone. 

Vuless turnà a’ cas

Sono passati 5 mesi da quando Francesco è volato a Shanghai. Intanto c’è stata la Pasqua, il mio onomastico, il mio compleanno. Sono stata comunque fortunata. Io e Francesco non abbiamo casa in Italia, ma ho potuto contare sulla mia famiglia a Napoli (che è stata un po’ meno fortunata di me perché ha dovuto fare i conti con i miei malumori). Ci sono state situazioni decisamente peggiori. C’è chi ha perso il lavoro, chi ha dovuto sostenere doppie spese pagando magari casa in Cina e in Italia, famiglie con bambini divise tra due paesi, vite sottosopra. E ogni giorno un’amica che ti scriveva che non sarebbe più tornata a Shanghai, che rientrava in Italia definitivamente o aveva avuto un’altra destinazione dall’azienda. 

Da una parte la voglia di tornare a casa ma dall’altra anche la consapevolezza di ritornare (prima o poi) in una Shanghai totalmente diversa da quella che avevo lasciato.

I giorni passano. Tra giugno e luglio i primi rientri, grazie a visti speciali e all’interessamento della Camera di Commercio Italiana in Cina e dell’Ambasciata Italiana a Pechino. Rientri che hanno riguardato inizialmente i soli diplomatici e la comunità business. Nemmeno un accenno ai ricongiungimenti familiari. Gira voce della possibilità di ottenere un visto umanitario per tornare a soccorrere il coniuge in difficoltà, ma poi capiamo che il coniuge deve essere proprio in fin di vita e quindi desistiamo. Poi si inizia a delineare una possibilità più concreta: per tornare in Cina occorre una lettera PU che deve essere rilasciata dal FAO. BENE, ma quindi che dobbiamo fare? Capiamo a breve che la lettera PU è in sostanza una lettera d’invito, anche se ad oggi nessuno ancora sa di cosa sia l’acronimo PU (Potete Uscire?) e probabilmente non lo sapremo mai.

Ma tralasciando pure la questione di aver bisogno di un invito per tornare a casa mia (argggg…sigh), cosa va fatto materialmente? La richiesta di lettera PU va inoltrata al Foreign Affair Office (non alla Food and Agriculture Organization) del distretto in cui ha sede la tua azienda, producendo una serie di documenti ed informazioni tali da scoraggiare i più. 

Ma è tutto molto confuso. Dapprima sembra che affinchè io possa tornare, Francesco debba venire a prendermi con la lettera, ma poi se torna annullano il visto anche a lui, però se non esce dalla Cina non può richiederla perché di fatto è già in Cina. Non ne usciamo insomma.  This is China.

Qualcosa si muove. Odissea del mio rientro in Cina

Poi all’improvviso la luce. Un susseguirsi di giorni convulsi, densi, un turbinio di emozioni e paure.

  • Venerdì 3 luglio: ci comunicano che dal lunedì 6 sarà possibile per la sola città di Shanghai ottenere la lettera PU per ricongiungimento familiare. GRANDE GIOIA.
  • Lunedì 6 luglio: l’azienda in Cina si attiva per l’ottenimento della PU. Sembra che in base ai distretti venga richiesto che l’azienda sia appartenente ad un settore di interesse governativo, o altamente specializzato, che abbia contribuito alle imposte  nell’anno precedente per almeno un milione di RMB, che la motivazione per il rientro sia di gradimento dei funzionari FAO, scartoffie varie, timbri, un materasso,  una batteria di pentole, una bici con cambio Shimano…
  • Martedì 14 luglio: dopo aver raccolto tutti i documenti, viene finalmente fatta la richiesta ufficiale per la lettera, che dovrà passare ad approvazione distrettuale, municipale e provinciale. SAN GENNARO PENSACI TU.
  • Martedì 28 luglio: GRANDE GIOIA. Vengo svegliata da Francesco che mi comunica che abbiamo ottenuto la lettera PU, evviva! Leggiamo però con disappunto che la data primo ingresso indicata è 20 agosto. Vabbè, abbiamo fatto 30, facciamo 31. Invio all’Ambasciata lettera PU e documenti e chiedo appuntamento per richiesta visto. Mi rispondono che senza la prenotazione di volo confermato non mi danno appuntamento. Inizia la ricerca del volo. Poche compagnie autorizzate, da poche città di partenza verso poche città di destinazione. Cancellazioni all’ordine del giorno. Chiamo direttamente i call-center delle compagnie autorizzate: solo un paio di voli in business tutti nella prima metà di agosto, altrimenti se ne parla a settembre, per un diretto anche ottobre. PANICO. 
  • Mercoledì 29 luglio: contattiamo FAO che ci rassicura che la data di ingresso sulla PU non è vincolante. Prendiamo uno degli ultimi biglietti in business rimasti per la prima data disponibile: 12 luglio, solo andata  più di 8.000 euro (arriveremo in totale tra viaggio, tamponi, hotel etc a quasi 10.000).  Invio tutto all’Ambasciata che mi da appuntamento due giorni dopo.
  • Venerdì 31 luglio: l’appuntamento è alle 10 ma sveglio mio padre all’alba. Ho paura di trovare traffico,  imprevisti etc. Arriviamo con 2 ore anticipo. Inizia un’attesa snervante con Francesco attaccato al cellulare nel caso avessi avuto bisogno di notizie varie ed io circondata da altri come me in attesa di entrare, ognuno con le sue ansie, notizie talvolta discordanti, racconti di amici e colleghi che ce l’hanno fatta e di altri cui è stato rifiutato. Insomma uno di quegli esami all’università che ti metti a parlare con gli altri studenti e “ieri ha chiesto questo, ma non era nel programma”, “ma questo l’hai studiato? Perché lo chiede”, e stai peggio ancora, ti sale ancora di più l’ansia.  Quando finalmente mi danno la ricevuta per andare a ritirare il visto venerdì 7 agosto, inizio a rilassarmi.  Ma no, ancora non è finita: c’è una  dichiarazione di stato di salute da inviare entro 24 ore dalla partenza allegando l’esito negativo del tampone effettuato massimo 5 giorni prima della partenza. E che ci vorrà mai? Ci vogliamo perdere sul tampone?   Ma la situazione è questa: in Italia, in quei giorni, il tampone viene effettuato solo in strutture pubbliche, su segnalazione del medico, in presenza di sintomi. E vabbè, dichiaro di avere sintomi. Ma il medico avverte che non ci sarebbe stata la certezza su quanto tempo dopo la segnalazione mi avrebbero fatto il tampone e c’era la questione dei 5 giorni. Il volo era il mercoledì 12 ma c’era sempre la possibilità che venisse annullato e dovessi quindi rifarlo. Non restava altra soluzione che prenotare in un centro di una delle regioni che consente di effettuare il tampone privatamente. Pochissime. Prenoto a Milano, viaggio ed hotel,  perchè la Lombardia è tra queste regioni, ma la settimana di ferragosto molti centri sono chiusi e trovo disponibilità solo in un centro che mi comunica che mi avrebbe dato i risultati in 48 ore, esclusi festivi e giorno del tampone. Non ce la faccio coi tempi.  Un pomeriggio intero a telefono per trovare l’unica opzione fattibile, in Basilicata, nello stesso giorno in cui sarei dovuta andare a Roma a ritirare il visto. PANICO.  
  • Venerdì 7 agosto: alla fine ci organizziamo in questo modo: mio padre va a Roma a ritirare il visto mentre io con i genitori di Francesco vado a Rionero in Vulture, a fare il tampone. E non succede che la sera prima del tampone inizio a starnutire e mi viene il mal di gola? PANICO. Il tampone che mi fanno è sia nasale (entrambe le narici) che faringeo. L’addetta vestita da ghostbuster esegue il prelievo e mi augura di trovare in Cina qualcuno con la mano delicata come la sua! Andiamo bene
  • Lunedì 10 agosto: invio il referto negativo al centro visti che me lo reinvia firmato e con un bel timbro rosso sopra. L’unico documento che mi manca è il certificato di matrimonio legalizzato dalla Prefettura ed inviato settimane prima in Ambasciata per ulteriore legalizzazione. Ma dal momento che mi servirà solo per il rinnovo del permit una volta in Cina ed ho 180 giorni di tempo, contatto l’agenzia per farmelo spedire direttamente a Shanghai una volta pronto. Arriverà in Cina prima di me. Ora è il momento di preparare le valigie pensando a cosa potrà essermi utile per affrontare la quarantena. Mi aspettano 14 giorni in hotel, a meno che non mi autorizzino a fare 7 giorni in hotel e 7 a casa.
  • Mercoledì 12 agosto: partiamo da casa alla volta di Fiumicino con abbondante anticipo (sempre dovessimo trovare traffico, imprevisti, etc). Ma per strada non c’è tanta gente e l’aeroporto fa paura da quanto è vuoto: un solo terminal aperto, poche persone al check-in. Ho un transito a Parigi di quasi 25 ore. Per 45 minuti i due voli sono considerati disgiunti e i bagagli non vanno diretti a Shanghai ma dovrò ritirarli a Parigi e rifare il check-in il giorno dopo. E’ il momento di salutare di miei, e le emozioni tornano tutte a galla (anche ora mentre sto scrivendo). Questi mesi sono stati un incubo ma ho avuto sempre la mia famiglia vicino. E ora non so nemmeno quando li rivedrò. Ricomponiti, Flavia. Stai tornando a casa. Francesco ti aspetta e anche tu hai voglia di tornare alla tua vita. Ora vai nella lounge e ti bevi qualcosa. E vabbè, come non detto, ho un volo in business ma le lounges sono chiuse e anche la maggior parte dei negozi. Pazienza. E’ il momento di imbarcarsi e per un attimo riaffiora la stessa emozione di sempre. I posti sono occupati in modo alternato e tutti indossano la mascherina. Si parte. La cena a bordo comunque è buona e prendo pure un pò di Cabernet Sauvignon per festeggiare. Compiliamo un modulo con il posto occupato e dati di contatto nel caso qualcuno presente a bordo si ammali nei 14 giorni consecutivi. Atterro in una Parigi rovente, ritiro i bagagli e raggiungo l’hotel. In condizioni normali, 24 ore di transito = un bel giretto per Parigi, ma non me la sentivo. Un groviglio di emozioni, ansia che qualcosa andasse storto, 2.500 nuovi casi in Francia in un giorno, mi hanno fatto desistere. Ma prima di andare a nanna ho bisogno di una doccia. Ovviamente sbaglio a regolare i rubinetti e si apre il soffione della doccia gigante bagnandomi tutti i capelli. E’ tardi, sono distrutta, non c’è il phon, dovrei scendere a chiederne uno ma dovrei rivestirmi. Desisto. Mi addormento con i capelli avvolti in un asciugamano.
  • Giovedì 13 agosto: è il grande giorno. Ansia e panico mi fanno sempre compagnia. In più mi sono svegliata starnutendo e tossendo. Mi guardo allo specchio e mi dico da sola “ma che fatt e’ capill, te vec cchiu’ selvaggia, cchiu’ leonessa”. Cappuccino e croissant mi riconciliano temporaneamente col mondo. E’ il momento del check-out e tra uno starnuto e l’altro, con due valigie più grandi di me, raggiungo l’aeroporto e vado a fare check-in. E’ presto, ho il volo in serata, nell’area business non c’è nessuno, ma voglio liberarmi delle valigie. Ho già il biglietto stampato a Fiumicino, è solo una formalità per imbarcare i bagagli ma ho paura. Finchè non metto il culo su questo aereo non sono tranquilla. E infatti eccola lì, la francese sorridente di Air France che scruta il passaporto, controlla il visto e mi chiede il referto del tampone. Glielo mostro come già a Fiumicino e le consegno anchel’health declaration timbrata dall’Ambasciata. Mi ero già assicurata nei giorni precedenti sulla documentazione richiesta dalla compagnia aerea. Ma le cose cambiano di minuto in minuto e in Francia serve da quel giorno il tampone fatto nelle 72 ore precedenti la partenza. PANICO. Le faccio presente che ho un’autorizzazione a volare dell’Ambasciata cinese in Italia e quello a Parigi è solo un transito. Ma niente, non mi vuole fare imbarcare. Dovrei fare un tampone a Parigi, attendere il risultato, inviarlo in Ambasciata a Roma e farmi fare nuova autorizzazione. Non ce la farò mai. Le dico che devo salire su questo aereo, che se le Ambasciate cinesi europee hanno regolamenti diversi non mi interessa, se l’Ambasciata Cinese In Italia mi ha autorizzata io parto. Resto lì, dietro di me ci sono un paio di persone adesso. Aprono un altro sportello e la tipa inizia a fare telefonate. Alla seconda telefonata mi dice che ok, mi fanno imbarcare, si tengono referto ed health  declaration e mi indicano un sito cinese con form da compilare che mi genererà un qr code temporaneo da presentare all’imbarco e all’arrivo in Cina. Compilo tutto, sono all’ultimo passaggio, devo inserire numero di telefono o email per ottenere codice di conferma e generare il qr code. Inserisco la mail, non arriva nulla. la francesina si sta spazientendo. Riprovo col numero di cellulare. Per fortuna c’è la possibilità di inserire anche un numero non cinese. Non va. Mi sa che vuole un numero cinese. PORCA MISERIA, la mia sim cinese è stata bloccata dopo 3 mesi fuori dalla Cina (e mi è andata bene, a qualcuno hanno bloccato anche bancomat e conto corrente). Inserisco il numero di Francesco.Per fortuna è in ansia quanto me e vive con il cellulare vicino.Mi arriva immediatamente un suo messaggio “mi è arrivato questo numero, non so che sta succedendo ma forse serve a te”. Inserisco il codice, e ottengo il qr code. E’ fatta. Anche la francese sorride, imbarco le valigie. Le chiedo altre due volte se è tutto ok. Mi dice come raggiungere la lounge di Air France. Ok. No panic. Ma ho rischiato un infarto. Nella lounge quasi nessuno ha la mascherina. Dopo un pò decido di togliere quella chirurgica e mettermi la FFP3. Mi guardano in modo strano ma pazienza. Quando la sera raggiungo il gate vedo giusto una manciata di occidentali, arrivano a stento a 20 persone, li riconosci dalla mascherina. Gli altri, i cinesi, indossano tute da ghostbusters, occhialoni, copriscarpe, mettono ansia solo a guardarli. Saliamo in aereo a piccoli gruppi, misurano la febbre, scansionano qr code e via. Sono sull’aereo. Quello che mi porterà a casa. L’emozione prende di nuovo il sopravvento  mentre mi sistemo nella capsula della business e ordino la cena e la colazione del giorno dopo. Mi tranquillizzo, sorseggio champagne, invio gli ultimi messaggi. Si parte. Fois Gras al caffè e passion fruit e filetto al Porto. Per dolce gateau opera, macaron e torta di mele. Melatonina, film, apro il letto e mi addormento. Ogni quattro ore ci fanno cambiare mascherina e misurano la febbre.
  • Venerdì 14 agosto: atterriamo. Annunciano che siamo arrivati a Seul. Cosa???? Ho sbagliato aereo? No. E’ uno scalo tecnico. Per via delle misure di quarantena la compagnia aerea fa in Corea un cambio di equipaggio. Poco più di 10 minuti e si riparte. Atterriamo. Questa volta è quella giusta. Sono in Cina. A Shanghai. A casa. Piango di nuovo. E  ancora mentre raggiungo la fila per l’immigration e un cinese mi consegna un modulo e mi dice sorridendo “Welcome home”. 
In aeroporto
Aeroporto Charles De Gaulle. In attesa dell’imbarco.

La mia odissea non è finita qui.

Se volete leggere il racconto della quarantena e delle misure di sicurezza adottate dalla Cina per i rientri, leggete qui.

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