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Non ce n’è coviddi in Cina? Prime impressioni da rientro

by Flavia Sanges

Immaginate una persona che negli ultimi sei mesi sia uscita poco, niente vacanze, niente ristoranti, sempre con la mascherina, sempre attenta. Una che durante l’intero lockdown è uscita solo due volte per fare la spesa. Che alla riapertura è rimasta in casa ancora per qualche settimana per poi iniziare timidamente a mettere il naso fuori casa (sempre dietro la mascherina), giusto a prendere un pò d’aria. Una che quando i locali hanno riaperto, al massimo ha ordinato online un paio di volte.

E poi immaginate questa stessa persona che dopo 6 mesi torna in Cina, e dopo 4 tamponi e due settimane di quarantena esce di casa per la prima volta. Mette la mascherina e si accinge a girare per Shanghai. Deve prendere la metro. Ah dimenticavo, la nostra eroina ha preso un mezzo pubblico l’ultima volta a febbraio. PANICO. La sua tessera della metro è scarica. Va a caricarla alla macchinetta e una volta ritirata prende il disinfettante per le mani dalla borsa. La guardano tutti e il marito ride.

Ecco, la mia prima settimana qui in Cina mi sono sentita un’aliena. Avete presente tutto quello con cui ci hanno bombardato negli ultimi mesi? Distanziamento, assembramenti etc? Beh, qui la vita è tornata come prima…più o meno.

Shanghai. Yu Garden

Per strada la mascherina non è obbligatoria da mesi. Sui mezzi pubblici ed in alcuni negozi è richiesto indossarla, come pure all’interno del nostro parco, anche nelle aree comuni all’aperto. In alcune fermate della metro e all’ingresso dei centri commerciali misurano la temperatura. In pochissimi posti viene richiesto di mostrare l’health code verde. Io la prima settimana ho indossato la mascherina sempre, togliendola solo per mangiare. Le amiche mi hanno abbracciata e baciata ed io sempre con la mascherina e lo sguardo perplesso e la reazione sempre la stessa: “Flavia, ma qui il virus non c’è, non circola da mesi”. E dal momento che queste parole in Italia le ho già sentite, ho bisogno di capire, di approfondire.

Mi raccontano che anche qui come a Bergamo ci sono stati giorni in cui nel silenzio più assoluto si sentivano solo le ambulanze. E pur non essendoci stato un vero e proprio lockdown, ma solo un invito a rimanere a casa, la gente è stata a casa. Era innegabile ci fosse un problema ed era evidente il controllo e l’apprensione da parte delle autorità. E se la situazione non fosse stata tranquilla non avrebbero mai consentito eventi nè un allentamento delle misure. I focolai di Pechino e dello Xinjiang sono stati identificati subito e sono stati fatti tamponi a tappeto a milioni di persone. E io stessa, con le misure cui mi sono sottoposta per tornare in Cina, sono la prova che qui comunque non si scherza, i controlli ci sono. Solo che si pensa che il pericolo al momento possa venire solo dall’esterno. Ora la situazione è calma, ma a quanto pare nei mesi passati se un cinese incrociava un occidentale si tirava su la mascherina e se poteva si allontanava.

In ascensore. Il distanziamento non è nel dna cinese.

Camminando per strada in questi giorni non ho notato nulla del genere, ma alcune cose mi hanno comunque colpito. In questi primi giorni a Shanghai mi sembra tutto nuovo, come se fosse la mia prima volta qui. Il supermercato sotto casa ha chiuso, la panetteria all’angolo, e tanti locali in cui andavo a prendere il caffè o a cena. Se prima proponevo io un locale per uscire, oggi delego. Non so mai se è aperto o no. Molti locali hanno chiuso, nuovi hanno aperto.

Nel nostro parco ci sono tanti appartamenti sfitti. Ma la cosa che più mi ha colpito è quanti pochi occidentali ci siano oggi a Shanghai. In alcune zone della Cina ci è capitato già di essere gli unici occidentali in circolazione per kilometri, ma nei capoluoghi non succede e sicuro non qui. Shanghai è una metropoli enorme, moderna, e gli occidentali sono una cosa normale. Non te ne accorgi che ci sono, come i turisti nelle città d’arte italiane. Te ne accorgi solo quando non ci sono. Adesso se ti capita di incrociarne uno per strada ci fai caso, e scatta un timido sorriso ed uno sguardo come a dire “e che ci vuoi fà, siamo i sopravvissuti”.

01/09/2020. Primo giorno di scuola in Cina

Intanto il primo settembre hanno riaperto le scuole. Genitori e figli non devono essere usciti da Shanghai nei 14 giorni precedenti l’inizio dell’anno scolastico, e a quanto pare, almeno per adesso, non potranno muoversi da Shanghai. Viene misurata la temperatura all’ingresso e se supera solo 37.2 il bambino/ragazzo viene tenuto sotto osservazione. Del resto qui a scuola i bambini e ragazzi anche semplicemente raffreddati non vengono fatti entrare, e non è una novità da covid era. Sono al momento sospese le attività extra scolastiche (ma a breve riprenderanno) ed i genitori non possono entrare all’interno dell’edificio scolastico.

E poi mancano le persone. Quelle che frequentavi prima. Tanti non torneranno, qualcuno è in quarantena, qualcuno sta per tornare. E poi ci sono inaspettatamente le new entries, pochi nuovi expat, ma giovani, in gamba. Sembra di essere di fronte ad una nuova generazione di espatriati, staremo a vedere l’evolversi.

Il Dragone ruggisce di nuovo e, se rinuncia per ora al turismo inbound, sembra non voler rinunciare (per adesso) alla creatività e preparazione dei giovani occidentali.

Ed io riprendo a poco a poco la mia vita in questa meravigliosa città, nell’attesa di capire come si evolverà la situazione epidemica nel mondo nei prossimi mesi, se la Cina aprirà i confini e se riusciremo a tornare a casa per Natale. Sono passata dall’essere bloccata fuori dalla Cina ad essere bloccata in Cina. Allo stato attuale se usciamo dalla Cina e poi vogliamo rientrare non è più necessaria la lettera d’invito, ma si tratterebbe per il resto di ripetere tutta la procedura che ho fatto per tornare (qui e qui trovi il racconto delle mie peripezie per tornare a Shanghai). Il solo pensiero basta a scoraggiarmi. Eppure…Je me vuless fa’ Natal a cas’.

E a voi cosa a più colpito quando siete usciti per la prima volta di casa dopo il lockdown?

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